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Azra Nuhefendic: Le stelle che stanno giù (Paperback, Italian language, 2010, Spartaco)

La sorella di Azra Nuhefendic, da bambina, attraverso le finestre della casa dei nonni, s'incantava …

Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate

Il 27 agosto di quest'anno Ratko Mladić muore nel carcere delle Nazioni Unite di Scheveningen. Esulto. Poi leggo un articolo sull'Internazionale. Un articolo del reporter di guerra Ed Vulliany in cui spiega con disappunto e preoccupazione come la morte di Mladić non segnerà l'epilogo del lungo periodo di terrore vissuto dai bosniaci musulmani e croati durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Mladić è ancora visto come un eroe in Serbia e nella stessa Repubblica Sprska. Repubblica che forse non dovrebbe esistere in uno Stato già dilaniato e diviso come la Bosnia. Quando attraversai la Bosnia, ad agosto dello scorso anno, non mi resi subito conto del paradosso che alberga in questo Paese: da una parte si piangono i civili morti nei campi di concentramento serbi e a pochi chilometri quegli stessi assassini vengono esaltati e lodati da persone che nemmeno vorrebbero essere definiti bosniaci. La Bosnia è un Paese paradossale e unico in Europa, ed è per questo che mi affascina così tanto. è un Paese in cui la nazionalità non identifica davvero i cittadini della nazione, la cui etnia viene specificata da un'altra nazionalità o, ancora più assurdamente, dalla religione. è grazie a questo libro letto durante il mio terzo viaggio nei Balcani e nel secondo viaggio nel Paese che purtroppo condivide con Mladić la nazionalità, che ho imparato molte più cose di quanto pensassi su questa frammentata ma vivissima regione. Ho appreso le differenze nella lingua, i cambiamenti nel linguaggio dovuti alla nazionalizzazione spesso forzata, il paradosso della vita in una Jugoslavia non capitalista e neppure del tutto comunista. Ho provato il dolore di Nuhefendic nel suo racconto di un'ingiustizia non ancora risanata e nell'attesa di un futuro incerto, pieno di timori e privo di fiducia. La Bosnia di questo racconto è priva delle riflessioni poetiche dell'autrice di Balkan Express. Il testo è nudo e crudo, senza fronzoli, scorrevole e amaro. Ti devasta, impossibile non commuoversi. Solo il ricordo della Jugoslavia permette di sognare ad occhi aperti un passato lontano, fatto di durezza e povertà, certo, ma anche di un'inesorabile e positivo sguardo verso il futuro che oggi, malauguratamente, la maggior parte dei bosniaci non si può più permettere.