"A tale of diversity within our damaged landscapes, The Mushroom at the End of the …
2 stelle
Non credo di essere la persona giusta per recensire questo libro (coltivo la passione per l'antropologia, ma non ne so niente né di economia né tantomeno di micologia), però mi permetto comunque di fare un commento. Ho intrapreso questa lettura con molto entusiasmo, pensando che questo libro approfondisse dinamiche della raccolta moderna dei funghi in senso "antropologico", o perlomeno sociologico; ed è una cosa che effettivamente fa, ma solo in un capitolo. Per il resto del saggio i miei sentimenti a riguardo sono stati... misti. Sarebbe assurdo dire che in alcuni punti mi abbia frustrata, o annoiata; in fondo un libro come questo non è nato per "intrattenere" e non l'ho iniziato con queste pretese. Lo stile di scrittura potrebbe essere migliore, ma da una persona accademica non mi aspetto niente di più niente di meno di quello che ho letto (e in parte mi chiedo se alcuni passaggi siano stati mantenuti così arzigogolati da una traduzione forse troppo meccanica e non esattamente valorizzante, ma non ho le basi per dirlo). In generale, credo che il saggio abbia delle lacune considerevoli che non passano inosservate anche alla più semplice lettrice, tipo me: - una struttura; la studiosa si inerpica su mille sentieri contemporaneamente, facendoci notare energicamente quell'albero e quel sasso e quell'arbusto e quel raccoglitore abusivo sorpreso a caccia nel suo habitat naturale (sono ironica, ma ahimè spero leggiate tra le righe); ma poco ci viene detto dei reali scopi di quello che sembra quasi uno sproloquio fine a sé stesso, né Tsing ricollega particolarmente bene i vari capitoli tra loro, se non nell'illustrare i legami storici ed economici che legano la raccolta dei pregiati matsutake in Giappone con quella negli Stati Uniti (anche se, bisogna ammetterlo, "sarebbe potuta essere un'e-mail"). Alcuni capitoli sono estremamente didascalici, altri poetici e romantici (snervanti nella loro inutilità), non si comprende bene dove finisca la spiegazione accademica e dove inizi il suo pensiero, e se effettivamente lo esponga nell'effettivo, dato che tutto il suo studio da antropologa attinge semplicemente dal bacino di altri che l'hanno preceduta, "assemblandoli" solo con qualche variazione in maniere nemmeno troppo originali: c'è persino una rilettura di Malinowski (ma potrete lasciarlo stare, quel poveraccio? sono passati due secoli!), che ovviamente non è farina del suo sacco. - il conflitto; pur esprimendo un giudizio critico nei confronti dell'economia capitalista e del suo svilupparsi come "eterno e insostenibile progresso", di certo non manca di darne un'immagine molto romantica. Mi ha stupito, ad esempio, la miopia nel riportare le dinamiche sociali nella "comunità" attorno a Open Ticket (così viene chiamata la zona "focale" di raccolta e prima contrattazione del fungo matsutake in Oregon). Mi aspettavo ci venisse detto qualcosa di più sui conflitti interni, economici e sociali che sicuramente una "comunità forzata" così eterogenea deve avere: eppure l'antropologa si limita a spiegare che le varie componenti "si tengono a distanza", senza che ci vengano accennati possibili episodi di tensione o violenza (non che ci tenga a sapere che questi "se menano", ma me l'aspetterei assolutamente da una realtà assurda come questa, tra veterani del Vietnam, americani di seconda generazione, repubblicani, khmer, lao! Tutti che devono accamparsi nelle stesse foreste, condividere gli stessi spazi e accaparrarsi l'agente migliore a cui vendere i propri funghi... se esiste un inferno è probabilmente questo!). Ma anche su più larga scala, il punto di vista di Tsing mi sembra... piuttosto ingenuo. Descritta da lei la macchina capitalistica che porta i matsutake dall'Oregon al Giappone sembra un processo fluido, senza errori né intoppi, quasi "positivo" nella sua efficienza e forse per questo è descritto in maniera frettolosa e fumosa. Alla faccia dell'osservazione sul campo: questa mi sa che non è nemmeno salita su una barca, penso io! Persino nel raccontare la gestione territoriale delle foreste in Oregon, in Finlandia, in Giappone e nel Sud Est asiatico, la deforestazione (attenzione: non si parla MAI di inquinamento "chimico" e si fa un cenno brevissimo al disastro nucleare di Fukushima, ma nulla di più: si fa solo riferimento allo sfruttamento industriale delle foreste per il legname! Lo ritengo abbastanza grave) sembra un processo inevitabile, fatico, quasi privo di ragionamento, al che viene contrapposto un "controllo" antropico delle foreste "ragionato", "buono", "salvifico" (ma per chi? per la precaria, illecita, disagevole economia dei matsutake, i quali viene detto crescere solo in aree deflagrate e distrutte? Mi vien da dire che piuttosto potremmo contrapporre altri mezzi di sostentamento per i raccoglitori che vivono chiaramente in uno stato di abbandono e indigenza in ogni caso, e cari saluti al matsutake...). Persino gli ambientalisti vengono descritti come una massa fumosa di persone ignoranti, mosse dai buoni sentimenti ma non dalla conoscenza, dal sapere, dalla necessità contingente al mondo capitalista che dovremmo forzarci di assecondare! Quasi incapaci di comprendere le necessità dell'intervento umano sul territorio! Un giudizio implicito che mi è sembrato a dir poco fuorviante e pericoloso. Tsing non accenna mai a un'alternativa, acclama quello che già esiste e non ammette la possibilità di un cambiamento, anche attraverso lo scontro, appunto, il conflitto.
Se non parla di ambientalismo, se non parla di capitalismo, se non parla nemmeno di anti-capitalismo, questo libro di cosa parla esattamente? È di certo una bella domanda. Non l'ho capito. Personalmente ne ho apprezzato alcuni aspetti, ma non reputo questo libro una trattazione lucida sulla materia. Si inerpica in metafore e astrazioni che raramente si chiudono. Il senso "allegorico" del presunto fungo che dovrebbe illustrarci un nuovo modo di stare al mondo e interfacciarci con le persone, con il mondo, viene abbandonato esattamente a pagina 4 (beh, non proprio, ma avete capito il punto), e non so quanto sia una posizione originale, considerato che per tutta la lettura ho avuto l'impressione di avere già letto qualcosa di simile semplicemente posto o contestualizzato in un ambito differente. Ovviamente i funghi sono una metafora calzante. Ovviamente le foreste sono un elemento fondamentale del nostro vivere. Ovviamente le persone fanno della loro precarietà economica quello che possono (illusione di riscatto, di orgoglio, di vanto, di "libertà", quello che vuoi... ciò non lo rende veramente tali!!! E a questo proposito sono molto contrariata dal suo tentativo di far passare i raccoglitori di matsutake come "persone che hanno liberamente scelto un'attività casualmente lucrativa" e non "lavoratori precari", "sfruttati", quali sono). Tutte queste cose non sono nulla di particolarmente sorprendente. La cosa che più mi ha confusa è stato leggere a fine libro che la ricercatrice fino a che non gliel'aveva fatto notare uno studioso "non aveva mai pensato alle spore" come elemento essenziale della propagazione di un fungo. Certo, non sei micologa, dico io. Però... sul serio? Un'infarinatura di scienze naturali penso che la riceviamo tuttə alle scuole elementari... forse negli U.S.A. è diverso? Ecco, questa falsa sorpresa, questa "meraviglia" continua, queste "connessioni" che l'antropologa sembra notare man mano nel suo percorso come un piccolo genio di fronte a una grande scoperta... sono stati aspetti abbastanza imbarazzanti da leggere. Anche la descrizione delle persone che incontra nel suo percorso trattiene in sé una sorta di distacco, di favolosità irreale, come se non fossero persone ma attori di un palcoscenico, o peggio, individui in un costume da mascotte pronti a recitare la propria parte. Purtroppo o per fortuna, sembra non averne incontrate tantissime... e quanto tempo abbia passato in queste foreste a studiare queste dinamiche sociali è poco chiaro... mah. È difficile lasciare da parte un certo sospetto e un'incredulità generale, reazioni nate certamente da aspettative totalmente diverse per questo libro, che inacidiscono il giudizio. Tuttavia, e a me dispiace dirlo, questa potrebbe essere la conferma che se un lavoro lo fai male, anche una persona ignorante come me potrà prenderti sempre meno sul serio. E fare un brutto scherzo anche alla letteratura scientifica a cui ti associ, facendo perdere credibilità a tutti. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma appunto non essendo un ambito in cui sono competente, rischierei di cannare qualche osservazione.
